lunedì 12 marzo 2012

Il Gatto con gli stivali. Una storia vera (anzi due) - Day DCXCI


Giovedì scorso mi sono visto con Alberto, un ragazzo con cui ho lavorato da Biagio i primi tempi che ero qui a Londra. Gli avevo mandato un messaggio il giorno prima perché era un da po' che non ci sentivamo e anche perché sapevo che sarebbe dovuto passare in questo periodo per qualche giorno. Avevo voglia di vederlo e quello sarebbe stato il momento perfetto per una lunga chiacchierata e due birre, come quando ci capitava qualche volta in passato. Dopo 5 minuti mi aveva risposto scrivendomi che era appena sbarcato all'aeroporto di Stanstead e che ci saremmo potuti incontrare direttamente il l'indomani per una pinta a Soho.
Così il giorno successivo ci siamo trovati in un pub del centro con la voglia di aggiornarci avidamente su tutto quello che era successo nel frattempo. Mentre eravamo seduti a ridere delle solite stupidaggini e lagnarci delle imperfezioni della vita è entrato uno di quei tipi che i primi tempi che arrivi in Inghilterra hai la tentazione di seguire per capire cosa facciano nella vita. Se hanno un guardaroba, una casa e delle abitudini coerenti a quella immagine surreale che portano in giro con tanta disinvoltura. Oppure se sono solo il frutto della voglia di stupire, endemica in questa cultura in cui la rincorsa all'eccentrico è uno stile diffuso.
Dopo un po' impari a non restarne più sorpreso perché qua è difficile trovare un filo logico a ciò che ti capita intorno o almeno guardi con noncuranza per nascondere quello stupore da turista che dopo qualche mese di vita qui non puoi più permetterti. Sostanzialmente diventi uno snob che finge di non sorprendersi più di nulla e indica queste situazioni agli amici appena arrivati o a chi è in visita, per gustarne il disorientamento e sfoggiare di contro un'impassibile distrazione, salvo poi spiare di nascosto ogni dettaglio.

Comunque il personaggio di questa storia non era neanche particolarmente originale. dopo quasi due anni ne abbiamo visti di migliori. La giacca pesante a quadretti, il gilet di tela e bottoncini portato a pelle e i pantaloni a scacchi sapientemente troppo corti per mettere in mostra le scarpe nere bombate lo rendevano più adatto alla parte della volpe nel musical di pinocchio che a quella di “Man of the night”. Neanche la bombetta piena di piume e pietruzza calzata sulla pelata lucidissima bastava a dargli il giusto fascino.
Divertente sì, ma nulla a confronto, giusto per fare un esempio, alla vecchietta di OldCompton Street, stessa zona, incontrata mesi prima con Nancy. Lei aveva quella tipica sobrietà anglosassone. Un perfetto coordinato nero e bianco di Tailleur Chanel, camicia, guanti di pizzo e pochette. Era commovente come una nonna ed i suoi morbidi capelli bianchi la rendevano ancora più elegante. In realtà non l'avremmo notata se non avesse attraversato quella via affollatissimo e colorata con una enorme rivista patinata in mano, che mostrava ai passanti ridendo ogni volta come se la stessero sottoponendo alla tortura del solletico.
Fermava chiunque incontrasse, donne, uomini o coppie che fossero, mostrandogli le pagine interne del giornale ed esplodendo contemporaneamente in una rista piena e liberatoria. Eravamo troppo incuriositi da quella scena così dopo averne studiato un po' la traiettoria ondivaga ci siamo decisi a cambiare marciapiede per intercettarla.
Arrivati a tiro a la scena si è ripetuta con lo stesso copione: ci a puntati diretta, si è avvicinata aprendo una delle pagine centrali di quel grosso volume e fissandoci negli occhi per cercare la nostra attenzione lo ha girato per metterci a favore di lettura. Mentre lei nuovamente impazziva di gioia isterica io e Nancy che eravamo pronti a sfoderare un sorriso di comprensione, ci siamo invece congelati (ovviamente per motivi diversi) con lo sguardo su quelle foto che ritraevano nudi integrali di bellissimi, superdotati e soprattutto eccitati, modelli di quella che era una rivista porno per gay! Vivevamo a Londra entrambi da più di un anno ormai ma quello era "sorprendente" anche per noi. Così mentre noi riordinavamo lei idee, l'arzilla signora ci salutava proseguendo oltre con qualche borbottio e tagliando l'aria in alto con la mano, come a rimproverare se stessa del tempo perso in gioventù dietro la rigorosa etichetta britannica ed allo stesso tempo ammonirci dal non vivere con la stessa inutile prudenza  finché erravamo ancora nell'età giusta per godere di tanta grazia.

Dopo incontri di questo spessore quindi, era stato abbastanza facile per noi quella sera, lanciare uno sguardo distratto al tipo, per tornare subito alle nostre confidenze. Il resto del locale invece non lo aveva neanche registrato. Evidentemente lui non aveva gradito la stroncatura della sua interpretazione ed era corso ai ripari chiamando quella che forse era la volpe nello spettacolo che avevano in programma. Questo non solo era entrato in scena indossando un assortimento così improbabile di indumenti da potero imputare soltanto ad un lavaggio sbagliato, ma si muoveva tra i tavoli con la sua birra gocciolante in una mano ed una massiccia sega circolare nell'altra.
Era proprio una sega da falegname, forse serviva all'attore che interpretava Geppetto, di quelle da banco, con la base pesante ed il braccetto per alzare la lama, ed appoggiandola con decisione sul tavolo del suo amico come se avesse sistemato l'attrezzo, ci aveva lanciato un'evidente occhiata di sfida.
Alberto non era riuscito a trattenere un commento, comunque pieno di dignità: ”beh siamo a Londra... che fai non ti porti una sega al pub?!”. Intanto il resto degli avventori continuava a collezionare annoiato fondi di schiuma esausta.
Lo show aveva sortito l'effetto desiderato e i due sembravano godersi lo stupore suscitato nei due italiani sprovveduti. Anche noi ne avevamo abbastanza di quello spettacolo era il momento della sigaretta finale prima del commiato. Un ultimo sguardo agli attori ed eravamo fuori per le ultime battute. Alberto continuava la serata con gli altri amici arrivati con lui dall'Italia, mentre io me ne andavo a casa senza altre tappe intermedie. Era stata una serata all'altezza delle aspettative. Abbiamo sempre un sacco da raccontarci quando ci incontriamo e ci viene naturale affidarci l'un l'altro per avere uno sguardo diverso sulle nostre scelte. Il saluto così ogni volta è sempre malinconico anche se abbiamo la certezza che non mancheranno altre occasioni. L'abbraccio è stato forte e sincero. Un po' più lungo di quelli che ti dai qua con gli amici che rivedrai la settimana successiva. Giusto il tempo vedere il gatto che si allontanava dal pub lentamente, infilandosi una mano dietro, sotto la giacca, per tirarne fuori una soffice, vaporosa e lunghissima coda.

Ve lo giuro. È tutto vero.
Chiedete ad Alberto.

a.

giovedì 1 marzo 2012

Non chiedetemi perché - Day DCLXXX

La prima volta che ho aperto gli occhi stamattina erano le 04:06, ho sentito uno dei miei coinquilini, il postino inglese di 80 anni (ma quando vanno in pensione i postini in questo paese?) Che andava in bagno, si raschiava la gola come al solito un paio di volte nel water e poi usciva a consegnar la corrispondenza per la Royal Mail.
È un postino con la bici lui, non ha un'olandese nera coi freni a bacchetta com'è tradizione, la sua è una mtb usata ed anche malmessa, però si muove tra i block dell'East End pedalando ed a me piace tantissimo questa idea perché mi ricorda Pippo, il suo collega di quando ero un bambino ad Oriolo Romano, il paese da cui provengo, che mi aveva fatto venir voglia di essere come lui [e se avessi dato retta a quella prima intuizione forse adesso sarei un partito migliore con cui avere figli].

Ad ogni modo era impossibile non restarne affascinati: era alto e magro e coi baffetti sottili, la divisa cenere ed il cappellino inamidato. Elegantissimo. Il modello di postino per le immagini dei mestieri nel sussidiario delle elementari. Lui si che aveva l'olandese nera coi freni a bacchetta ed anche la borsa di pelle legata davanti al manubrio. Pure il campanello d'argento c'aveva (va bene lo so che non era d'argento 'che mica vivevo nel far west) e lo usava sempre per avvertirti del suo arrivo.
Io ero molto piccolo allora e quando sentivo quel suono uscivo a salutarlo, perché mi piaceva tanto. sul serio, volevo prendere il suo posto. Anzi io volevo proprio essere lui. Anche se in realtà non avrei mai desiderato che Pippo andasse in pensione perché era davvero il postino perfetto. Mia madre apriva il cancello ed io gli andavo incontro. Lui non parlava mai, però sorrideva sempre e qualche volta faceva anche il verso di sollevarsi il cappello stringendo la visiera tra l'indice ed il pollice, poi però non lo toglieva mai perché è così che si fa quel gesto. Come si vede nei film.
Ha consegnato lettere e pacchi nel mio paese per anni ed anche se qualche volta la bici non ce l'aveva perché magari aveva bucato andando per le case della campagna oppure era stanco di pedalare, restava comunque bellissimo e commovente.

Poi un giorno Pippo, di cui non ho mai saputo il vero nome, perché nei posti come quello in cui sono nato io i nomi delle persone alla fine te li scordi e rimane solo quello che gli hanno scelto gli amici una sera d'estate dopo che uno è caduto in un cespuglio o quello che aveva suo padre prima di lui; un giorno dicevo, Pippo è andato in pensione ma io ho continuato a vederlo per anni al bar stanno tutti quelli che nel mio paese vanno in pensione.
Giocava a scopa col il fernet da un lato e la sigaretta tra le dita della mano con cui teneva le carte ed anche se gli altri urlavano e bestemmiavano lui restava in silenzio e non perdeva mai la calma e continuava a sorridere come quando ci portava la posta. Anche se al tavolo delle carte napoletane vestiva la camicia con le maniche arrotolate, io ho continuato a salutarlo come se indossasse ancora la divisa color cenere e lui rispondeva come se si ricordasse di me. Io lo sapevo che lui non immaginava chi fossi. Chissà quanti altri bambini che volevano diventare come lui c'erano al mio paese che uscivano per vederlo ogni volta che arrivava. Però ero contento lo stesso. Pure se la prima volta che l'ho visto ai bar ho scoperto che aveva pochissimi capelli e forse il berretto non lo toglieva mai del tutto anche per quel motivo.
Era sempre Pippo.
Al suo posto arrivò un altro postino con la vespa bianca ed un casco rosso aperto, senza visiera, che teneva la corrispondenza tra le gambe in una sacca di tela sintetica blu e gialla fluorescente.
Questo postino con la vespa non me lo ricordo come si chiamava. E neanche il soprannome mi ricordo. O forse sì ma non mi va di scriverlo perché lui non lo avrebbero mai messo sulle pagine dei mestieri nel sussidiario. quando si avvicinava faceva un rumore terribile di marmitta vecchia e ammortizzatori scarichi.
Poco prima di arrivare al nostro cancello spegneva il motore e percorreva un largo mezzo giro nello spiazzale davanti casa per mettersi in traiettoria, quando l'inerzia del motore finiva allargava le gambe e cominciava a spingere la vespa come se stesse remando con i piedi ed intanto suonava quel terribile campanello elettrico delle vespe.

Non c'era niente di elegante in questo postino.
Vestiva dei pantaloni dello stesso colore della sacca di tela sintetica, enormi e tutti spiegazzati ed una camicia a righine sottili aperta sul davanti che lasciava intravedere i peli. Quando faceva freddo aveva anche una giacca a vento. Pure quella blu e fluorescente. Arrivava alla cassetta col fiato grosso e tutto sudato, anche se era inverno perché ogni volta calcolava male la distanza e doveva remare per arrivare fino in fondo. Neanche scendeva dalla vespa per consegnare la posta. Si aggiustava il casco rosso spingendolo col palmo aperto sulla fronte ed allungava le buste attraverso la ringhiera [che in inglese si dice railing].
Io intanto ero cresciuto ed anche se mia madre insisteva io non andavo più a prendere la posta perché dicevo che ero troppo grande ormai e che doveva andarci lei che a me non interessava più. Però se ci fosse stato ancora Pippo io ci sarei andato ancora di corsa.

Un giorno poi Pippo non l'ho più visto neanche al bar dei pensionati e mia madre mi disse che era malato e non usciva molto.
Io sarei voluto andare a trovarlo, volevo che si ricordasse di me e che lui mi regalasse il cappello o la borsa, ma quelle le aveva ridate alla posta e poi mi sembrava troppo una scena da film. Così non ricordo l'ultima volta che l'ho visto sorridere mentre giocava a scopa.
Mi è successo sempre così anche in seguito. Non ho mai saputo prima quando era l'ultima volta di una cosa. L'ultima volta che indossavo quel maglione, che andavo in un posto, che baciavo la mia ragazza. Ed è stato meglio così altrimenti col mio carattere drammatico sarei impazzito di tristezza mentre lo facevo.
Alla fine Pippo il postino è morto ma io vivevo già lontano da Oriolo ed anche se mi è molto dispiaciuto non sono andato al funerale.
A dire il vero non volevo più neanche fare il postino da un sacco di tempo.
Però quando capita che torno in paese e vado al cimitero con mamma per portare i fiori a mio padre ogni tanto ci passo dove sta la tomba di Pippo e nella foto sembra ancora vivo.
In silenzio, sorride.

a.

martedì 7 febbraio 2012

Compilazione 2011 "London Recalling / Il Primo, Il Giusto, Il Sapiente... e Il Gabbiano" - Day DCLVII

Con un po' di ritardo la meno attesa delle raccolte già anticipata da un'esclusivo ascolto per pochi intimi il giorno di capodanno.
Il parto è stato più difficile del previsto e proprio quando avevo perso la speranza di una genitura è lei che mi è venuta incontro.
Mi rendo conto che solo i più raffinati cultori della musica di genere sapranno apprezzare il sottilissimo "filo rosso" che lega assieme le canzoni. Agli altri resterà il puro e semplice piacere di un ascolto di qualità.
Ne approfitto per chiedere a chi le ancora le conservasse, le playlist delle vecchie compilazioni  che io ho perso in mezzo a tutti i traslochi.
Buon ascolto.



Cesare Cremonini - Dicono di me

Bobo Rondelli - Quando non ci sei

Zero Assoluto - Per Dimenticare

 Mariottide - Suicidami

 Luciano Ligabue - Buonanotte all'Italia

 A me ricordi il mare / Otto Ohm ft. Daniele Silvestri

 Jovanotti - Come musica

Max Tortora - Tanta felicità

Mercanti di liquore - Eroe

Zen Circus - Andate tutti affanculo

Luca Carboni - Lampo di vita

Negrita - Fuori controllo

Niccolo Fabi - Un uomo

Cappello a Cilindro - Il vento forte

domenica 5 febbraio 2012

Open letter to a friend - Day DCLV

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a parlare su Skype con Tiziano della situazione del lavoro in Italia. Abbiamo opinioni diverse, soprattutto sulle via percorribili per sopravvivere al naufragio in corso. Ne è uscita una chiacchierata lunghissima e faticosa che mi ha lasciato esausto ma appagato come dopo una lunghissima serie di vasche in piscina. Succede ogni volta così perché è una persona che approfondisce moltissimo e non si lascia mai andare a valutazioni semplici o sbilanciate, così sei costretto a seguirlo attentamente e non è sempre facile stargli dietro.
Lui che ha una conoscenza profonda e solida della nostra storia ha seri dubbi sulle strategie di questo governo, mentre io che passo il tempo a traslocare e distruggere relazioni ho cominciato ad esultare già quando hanno bloccato il progetto per il ponte sullo Stretto di Messina. Con le liberalizzazioni poi sono iniziati i cori da stadio.
Tiziano non è radical-chic, né un "girotondino". Secondo me non è neanche uno da galleria de "La Repubblica" con il post-it "No alla legge bavaglio" in bocca per lo scatto con l'i-phone. Forse potrebbe campeggiare sotto San Pietro per un improbabile "Occupy Vatican City" ma dovrei chiederglielo.
Ad ogni modo è un amico importante ed una persona appassionata e sincera. Ama il nostro paese sicuramente più di quanto lo faccia io e nonostante lui e Chiara abbiano dei buoni lavori ed ottime prospettive, perché sono tra quei cervelli rimasti a lottare, "non ci sta" all'idea di assecondare l'agonia culturale, politica ed economica del paese in cui è orgogliosamente deciso di voler restare.
Dopo la telefonata mi ha mandato un link con la lettera aperta che Emiliano Brancaccio, ex studente di Elsa Fornero, ha scritto una lettera aperta all'attuale Ministro del Lavoro e Welfare
chiedendole di riflettere sulla reale efficacia delle precarizzazione nella crescita economica e nella lotta alla disoccupazione.
Ho letto e riletto quel post. Credo anche di aver capito quasi tutto quello che c'è scritto eppure non sapevo cosa rispondere. Non è che non sia vero quello che mi dice Tiziano solo che per come la vedo io non funziona. Sarebbe fantastico, ma non mi sembra sia possibile, almeno da  noi.

A rendermi ancora più indigesta la teoria delle tutele è la mia natura "Atipica". Non ho mai cercato un contratto a tempo determinato o ammortizzatori sociali.
Me ne sono andato dalla Stimacasa senza chiedere buon'uscite, a differenza dei miei colleghi che hanno prima battuto cassa fino a vedersi riconosciuto quello che per loro era un legittimo indennizzo. Io non la vedo così: il contratto a progetto mi dava più soldi e la libertà di investirli come volevo (che poi io ne abbia abusato è un altro discorso...). Non avrei mai potuto avere un mutuo, è vero, ma lo sapevo bene quando accettavo il compromesso.

Questo non per dire che sia giusta la precarietà infinita, ma per provare a spiegare il perché della mia intolleranza verso certe garanzie, che nel nostro paese, dove spesso le persone si relazionano alla alla società con la logica del "tanto lo fanno tutti" o del "se non lo faccio io lo farà qualcun altro", hanno portato alle degenerazioni dell'assenteismo, alle finte malattie, agli scivoli, alle baby pensioni, alla cassa-integrazione straordinaria da 1800 euro al mese per 7 anni, agli ordini blindati, ai baronati, al sindacalismo becero e clientelare. E sto parlando di realtà di cui ho per tutte, una conoscenza diretta e approfondita, molto precedente ai servizi de "Le Iene".
E siccome ho vissuto sulla pelle la crisi del 2001 e del 2008 senza fiatare, ed ho cambiato mille lavori perché ho sempre pensato che se un'azienda è in crisi, e quelle che mi hanno licenziato lo erano in maniera indiscutibile, ed il mio contributo non è più redditizio per i conti, fosse un loro diritto tagliare i rami improduttivi per non essere costrette a chiudere del tutto, non vedo perché non debbano farlo gli altri.
Sono scettico perché "in un altro paese", se un dipendente serve all'azienda non viene licenziato alla leggera. Ha un valore in sapere e formazione che un normale imprenditore non vuole disperdere per non essere costretto ad investire di nuovo.
Se il lavoratore viene comunque licenziato ma vale davvero non ha difficoltà a ricollocarsi. E se le trova allora si sposta, come fanno i ragazzi del sud da una vita e non ha 30 ma a 18 anni, appena finite le superiori per cercare di allontanarsi dalla parte dello stivale che affonda. E se finisce il nord verso cui scappare o se uno non vuole emigrare, si mette a fare l'imprenditore, così può assumere chi vuole e come vuole. E se anche questo non funziona, e se alla fine non c'è più lavoro vuol dire che questa Era è finita. Come sono già finiti i faraoni in Egitto, l'Impero Romano, i Comuni e le grandi dinastie del'800 finirà anche l'epoca del Consumismo.
Mi rendo conto che questo discorso non è proprio lineare e che avrei dovuto cucire meglio alcuni pezzi, ma sono sono sicuro che Tiziano che mi vuole bene e conosce la mia passionalità [e pure i miei limiti] avrà capito cosa intendo nonostante i miei tentativi di mettermi in ridicolo.

Però non è vero che penso che si rubi solo in Italia e che il Regno Unito sia la patria degli onesti faticatori e dei contribuenti entusiasti.

La differenza è che da noi l'illegalità si chiama Costume, qua Malcostume.

domenica 22 gennaio 2012

Happy old year - Day DCXLI

Aspettavo la fine dello scorso anno come una liberazione. Avevo voglia di ricominciare quello nuovo pieno di buoni propositi e di azioni incisive, in modo da dare nuovo slancio all'economia della mia vita.

Una finanziaria in piena regola, con tutti gli interventi del caso, nuovi investimenti, taglie alle spese, cambio dei vertici, ma soprattutto “lacrime e sangue”.

Prima però volevo tornare in Italia, spartiacque obbligatorio di tutte le mie fasi londinesi, ammesso che fino ad ora ce ne siano state. Ad ogni modo catarsi per le frustrazioni accumulate negli ultimi mesi del 2011 che oltre a periodi di stress raramente sopportati in precedenza e insonnia endemica, avevano portato anche alla sospensione di questo blog, che poi tanto blog non è, come dice giustamente il mio amico Dario.
Non avevo voglia di raccontare lo sfascio del momento e siccome non so mai fingere, ho preferito tacere piuttosto che fare casini buttando in mezzo tutto e tutti.
Ora la situazione non è molto migliorata, però i dieci giorni passati in Italia hanno confermato tutto il buono del mondo che non smetto di raccontare qua a Londra, dandomi nuova forza.
Ho degli amici fantastici, delle persone incredibili e vorrei trovare delle espressioni più originali per descriverli e mi dispiace per quelli che mi sono continuamente vicino in questa città freddissima e che sono l'appoggio per tanti momenti di difficoltà.
Non voglio sminuire la loro importanza, però la complicità con persone con cui ho condiviso 10 anni di vita in quel modo è commuovente. Così il capodanno sdraiato ubriaco sul divano a stonare ogni canzone è bastato a cacciar via tanta rabbia ammucchiata per strada.
Sono quindi atterrato a Stansted con il bagaglio carico di parmigiano e buona volontà.
In programma avevo nell'ordine: corso di inglese in modo da provare a sputare il rospo che mi costringe ad accettare tutte le fidelity card dei negozi perché quando le commesse me le propongono non capisco mai e dico sempre di sì. Penso di aver frequentato 2000 ore di lezioni tra scuola, università e corsi privati, di aver completato un numero imprecisato di esercizi e di aver sperimentato ogni tecnica conosciuta per l'apprendimento di una lingua estera. Mi restano solo due opzioni: frequentare una ragazza inglese oppure reincarnarmi in un anglofono! La prima sarebbe la Fase 4 che non ho però ancora pianificato.
La lingua comunque è lo step necessario alla preparazione della Fase 2: Nuovo lavoro. Devo trovare il modo di lasciare i due mezzi impieghi da scimmia che ho ora per dedicarmi a qualcosa che mi costringa ad accendere qualche neurone in più rispetto a quel che servono per premere il bottone “On” della lavastoviglie la mattina e quello “Enter” sulla tastiera del computer il pomeriggio e magari evito di comprare scatole di purè ogni due giorni perché dimentico ogni volta di averli già presi.

L'ultimo provvedimento della manovra infine prevede invece il salto di qualità vero e proprio attraverso la Fase 3: Una rinnovata socialità per vivere la metropoli con più consapevolezza e sfruttare le opportunità di questo luogo in continua evoluzione. O almeno evitare di spendere più di 10 minuti al giorno sul sito italianialondra.com.
Con questo programma minuziosamente stilato, la priorità appena ripreso il ritmo londinese (4 pinte ad uscita) è stata quindi quella di ammalarmi!
Una bella caponata con tutti i malanni di stagione: raffreddore, mal di gola, tosse e qualche linea di febbre come guarnizione. Più la grande novità del Reflusso, moda lanciata sul finire del 2011 e ripresa dopo le vacanze di natale che come detto aveva condonato ogni male. Fortunatamente Claudia, intuendo le mie grandi potenzialità gastronomiche, mi aveva regalato, oltre ad una spugna (segno che forse da qualcosa si “sente”che da due anni non ho più il bidet) ed una crema antiage per il viso (segno che sicuramente da qualcosa si vede che da dieci anni non ne ho più venti), anche una confezione di Maalox, nella versione Plus, perché ovviamente da ex-semisottodemichef il Reflusso me lo sono preparato con una dose extra di sintomi, ed un normale antiacido sarebbe stato inefficace.

Una vita da intermediate
Masticando pastiglie grosse come una fiche da poker mi sono recato quindi con Nancy alla ABC School of English, Covent Garden. Scelta sia per i prezzi concorrenziali che per il nome rassicurante sulla facilità dei metodi adottati. Claudia, la ragazza italiana in segreteria (Sì lo so cosa state pensando... No!), per capire la situazione ci ha subito chiesto da quanto tempo fossimo a Londra.
Nancy:“Poco più di un anno”.
Io:“Aprile 2010”
Segretaria a me: “Quanto?!”
Io: “Quasi due anni”
Segretaria: “Hai mai pensato alla reincarnazione?”.
Cominciavo ad amare quel posto e così ci siamo fatti spiegare i vari corsi. Quello che a cui eravamo interessati noi era il Callan, sistema fondato sul concetto che la nostra lingua madre la apprendiamo inizialmente senza studiare, ma per abitudine; una sorta di osmosi che ci permea lentamente di parole e concetti grammaticali prima ancora che iniziamo effettivamente a studiarli sui banchi di scuola. Loro provano a infilarti l'inglese in testa nello stesso modo. Il risultato è garantito in un quarto del tempo e per me che non ne ho più molto era assolutamente l'ideale.
A dire il vero lo avevo già provato nel 1999 durante il primo tentativo di "Fuga per la Vittoria", ma effettivamente, e non stupisce nessuno, ricordavo poco di quelle settimane e comunque le prime tre lezioni erano gratis così abbiamo deciso di cominciare a frequentare per capire un po' come funziona.

La tecnica prevede che tu venga rinchiuso ermeticamente con gli altri in una classe in cui c'è un soltanto un leggio al centro e delle sedie col tavolinetto integrato disposte in semicerchio. L'effetto generale è quello di un gruppo di sostegno: “Ciao, io sono Andrea e sto cercando di imparare l'inglese da 25 anni”. “Ciaaao Andreeea”. Improvvisamente si apre la porta ed entra un insegnante cocainomane con una Redbull in mano che per 50 minuti spara domande nel mucchio ad una velocità poco al di sotto della soglia del dolore. La tecnica adoperata punta a provocare il maggior disagio possibile nelle vittime. Mentre formula la frase il cecchino rotea freneticamente gli occhi spostandoli in tutte le direzioni per evitare di lasciar percepire chi sarà il bersaglio finale, contemporaneamente agita le braccia disegnando nell'aria figure geometriche e simboli magici che dovrebbero aiutare ad interpretare il suo gorgogliare incomprensibile ma che hanno una chiarissima origine massonica. Una sorta di Danza Maori in stile All Blacks. La preda disorientata, a cui viene negato anche il naturale rifugio del banco dove, sin dai primi anni di vita, è solita nascondersi durante le interrogazioni, ha come unica opzione quella di rispondere immediatamente alla domanda usando esattamente tutte le parole adoperate nel formularla così come pure riportato dal manuale di addestram... scusate, dal libro di testo. Il tempo di reazione che gli viene concesso si aggira intorno ai 4 decimi di secondo, trascorsi i quali senza un' evidente indicazione di attività orale, il boia inizia a rispondere al posto suo scandendo ogni pausa in modo che il colpevole possa ripetere ad eco come se gli stessero estorcendo lettera per lettera la confessione di colpevolezza per gli attentati del'11 settembre. Arrivato alla fine, con lo studente in drammatica crisi iperventilatoria, sia che abbia risposto perfettamente o cercato di suicidarsi ingoiando la lingua, il killer sistematicamente sentenzia “Good!”. A quel punto il ragazzo si accascia esanime sulla sedia e riparte la roulette russa. I nostri professori del liceo con le loro penne che scorrevano lentamente sulla lista dell'appello sembrano così patetici in confronto a questi marines a cui mancano solo i rayban e la libertà di chiamarti“Palla di Lardo!”.

Alla fine della lezione ero entusiasta. Ho pagato per due settimane e sono corso a comperarmi una cassa di Redbull. Nancy invece, meno amante degli energy drink, ha scelto un corso di General English, più borghese e meno emozionante. Morirà di noia. Il livello assegnatomi a tredici anni di distanza dalla ma prima esperienza Callan, con in mezzo un mese di corso Intensive a Dublino e quasi due anni di vita a Londra è sempre lo stesso: Intermediate.

L'insonnia della notte precedente alla prima lezione mi ha impedito di iniziare il giorno previsto, ma per fortuna in questi casi non erano previste punizioni corporali. Comunque dopo una settimana posso azzardare un cauto ottimismo. Almeno le crisi di panico le ho brillantemente superate. Così come pure il test per la fine dello Stage 5. Una serie di esercizi a risposta chiusa ed aperta, un dettato ed una prova orale in cui, nonostante la tensione da esame di maturità (erano quindici anni che non sostenevo un esame!) ho totalizzato un punteggio di 90/100. Peccato solo aver scoperto che tutte le prove si trovavano nelle ultime pagine del manual... del libro di testo.

Stai lì, Sempre lì
Con la Fase 1 avviata posso ora dedicarmi a ragionare sulla Fase 2: Lavoro. Su questo fronte l'anno scorso si era chiuso con un'imprevista occasione. Prima di partire per l'Italia ero andato nella sede di Emergency Uk prendere qualche regalo da portare a casa. Mentre la mia amica Stefania volontaria dell'associazione a Londra, cercava le taglie delle magliette, mi sono messo a commentare con lei il loro calendario per il 2012, disegnato trascurando alcuni dettagli obiettivamente importanti. Ad esempio hanno dimenticato di inserire i riferimenti dell'associazione in un posto visibile per tutti e 12 i mesi. In fondo da qualche parte sono ancora un mezzo grafico, così quando mi ha detto che stavano mettendo un annuncio per trovare qualcuno che si occupasse gratuitamente di questo aspetto mi sono immediatamente candidato. Ora sono in attesa di sapere se il book con qualche mio vecchio lavoro che gli ho mandato sarà buono per loro.
Non ci guadagnerei nulla però da un lato riprenderei in mano gli attrezzi del mestiere e dall'altro metterei nel curriculum l'esperienza in una Charity che qua è tenuta molto in considerazione.
Per quanto riguarda il lavoro vero, cioè quello retribuito, la situazione invece è stagnante ed anche in questo caso Claudia aveva interpretato bene il mio futuro a breve mettendomi tra i pacchetti sotto l'albero un bel grembiule da cucina, inequivocabile indicazione che per il momento mi sarei dovuto rassegnare al ruolo di semisottodemiaiutocuoco. Ho provato infatti a tornare sugli annunci di lavoro
ma come al solito la possibilità di essere preso in una compagnia che si occupa di hospitality sono praticamente nulle a meno di tirar via barba e piercing. Credetemi ma qui con la mia faccia è impossibile essere assunti in caffé o ristoranti. Mi rimane la strada dei pub, ma sento di non avere ancora una comprensione adatta per un caotico locale frequentato da inglesi alticci; oppure nei service di stampa, che è la strada che sto battendo in questo momento e per la quale un'eventuale esperienza con Emergency UK sarebbe fondamentale referenza.

Finché ce n'hai
Sulla fase 3 ero deciso ad investire soldi e dignità; buttandomi senza pudore nella mondanità londinese; nutrendomi di musei, mostre e concerti. pronto a sfidare i miei tabù più segreti e commettere i peggiori reati grammaticali pur di sentire un po' più mia questa inafferrabile metropoli.

Purtroppo i governi dei mesi passati non avevano saputo far economia delle risorse. Sperperando avventatamente i capitali accumulati, così quando martedì scorso, dopo aver pagato due settimane di scuola mi è venuto in mente che in quei giorni ci sarebbe stato l'addebito dell'affitto e che forse il conto bancario poteva soffrirne. Mi sono precipitato a controllare lo stato di salute del mio tesoretto. Secondo i miei calcoli rischiavo un passivo di un centinaio di pounds. Meno male che alla fine non avevo scelto di pagare per un mese intero, cauto sulla mia costanza nello studio. Non ricordavo bene il giorno esatto del pagamento ma ero abbastanza sicuro che avrei potuto ancora fare in tempo a salvare il bilancio prima del prelievo automatico, integrando con del contante in euro che mi rimaneva dall'Italia. Avrei avuto solo bisogno di un ufficio di cambio. Arrivato a casa, con ancora addosso il cappotto sono entrato nel sito della Barclays pieno di ansia per scoprire alla fine che avevo sbagliato, due volte. L'addebito era già scattato il giorno stesso e lo scoperto era di 174 pounds!
Addio Inglese, addio nuovo lavoro
Addio nuovo lavoro, addio soldi
Addio soldi, addio Mondanità.
Addio Pianificazione.

Mentre ero intento a cenare con i fogli delle Fasi 1, 2, 3 mi è tornato in mente un altro regalo di Claudia (è vero mi ha regalato un sacco di roba e questo non è neanche l'ultimo). Uno strano oggetto di metallo pesante e dorato. Un scettro a due impugnature simmetriche abbastanza piccolo e maneggevole da poterlo rotolare nel palmo di una mano. Una sorta di talismano tibetano che non ricordo bene se dovrebbe aiutarmi a scegliere la via, o a ritrovarla, o a saperla consigliare oppure a conoscere tutti gli orari dell'N8 che passa a Bricklane. Sin dal primo momento, e l'ho subito detto anche a lei, a me è sembrato un Totem ideale per il film Inception. Per chi non lo avesse visto, il Totem era l'oggetto che viaggiatori dei sogni portavano sempre con se per rendersi conto di quando erano nella fase onirica. Ritrovarselo in tasca li aiutava a capire di essere nel mezzo di una missione.
A questo punto comincio davvero a pensare di star sognando e che se mi concentro abbastanza, come quando vogliamo uscire da un incubo, riuscirò davvero a risvegliarmi nel mio letto di Raimondo's con Vespa che aspetta il mio caffè ed il motta che cerca di battere il suo record di sonno ininterrotto...

almeno spero.

a.

NOTE
Ovviamente non è vero che gli insegnanti del Metodo Callan sono dei cocainomani, né che le lezioni somigliano all'addestramento delle reclute in Full Metal Jacket. Anzi Collin e Susan sono simpatici e disponibili e le lezioni, a parte il disorientamento iniziale sembrano funzionare davvero.A volte però esigenze “sceniche”mi spingono ad esagerare alcuni tratti per rendere il racconto più grottesco mala realtà è a volte diversa. Quindi chiedo scusa a tutti quelli che qui, come in altri post, possono essersi sentiti offesi da quello che scrivo. È solo finzione.

lunedì 17 ottobre 2011

... in my name too! - Day DXLIV

In un attimo decidiamo di scendere dall'8 che ci sta riportando a casa.
Troppo breve il fine settimana per chiuderlo a mezzanotte e St Paul's Catthedral è un'ottima scusa per allungare ancora un po' il tempo. C'è voglia di regalare gli ultimi scatti ad un amico in partenza e lasciare alla sera la tentazione di sorprenderci.
E l'incredibile ci si presenta davanti mentre ancora cerco di capire il perché delle transenne a Paternoster Square. Prima una tenda, poi due, tre. Pensiamo a dei senzatetto in cerca di riparo dal primo freddo che comincia a tagliare la città. Poi a qualche cerimonia di cui non so nulla, magari un matrimonio importante ed ai fanatici in cerca di una prima fila. Ma gli igloo aumentano e poi scritte, manifesti e corpi. fuori 8 gradi. intorno poliziotti tranquilli che spiegano ai passanti cosa sta succedendo.
Chiediamo ad un agente i motivi di quella folla. Ci parla di crisi economica e di proteste. Noi suggeriamo gli Indignados. Fa sì con la testa confortato dal collega. In realtà non sembra saperne molto ma non è preoccupato. Resteranno un paio di giorni poi se ne andranno tranquilli. Di questo appare più sicuro.
Li salutiamo e loro ci augurano la buonanotte.
Iniziamo a camminare costeggiando quel campeggio, stupiti ed eccitati. Una gessetto a terra prega di non oltrepassare quel limite per accamparsi. Lo hanno tracciato dai ragazzi per lasciare lo spazio per chi arriverà domani dalla Tube.
In terra le frasi della rabbia contro le banche, le companies e le lobby. Bandiere colorate tra le colonne e fiori di carta al collo delle statue.
Proviamo a scattare qualche foto. Un tizio ci viene incontro ridendo vistosamente e ci dice qualcosa che non capiamo. Tiriamo dritti cercando di non sembrare turisti spaesati. Al centro della piazza ci sono indicazioni in sei lingue su come comportarsi, buste per la raccolta differenziata e un tavolo per le informazioni. Da sotto il telone di quello che sembra essere il cuore l'organizzazione arriva musica etnica.
Giriamo intorno alla statua della Regina Anna, l'ultima degli Stuart. Un paio di Bobby ridono di gusto leggendo le frasi più ironiche dei cartelli che tappezzano la ringhiera. Quello più grande dice che siamo il 99%. Molti hanno voluto controfirmare quella dichiarazione con i pennarelli che sono appesi in giro. Lasciamo anche i nostri nomi, il sito di Emergency UK e la speranza che "it will happen". Immortaliamo con la digitale, o almeno è quello che pensiamo, una volta a casa non troveremo quegli scatti perché le batterie salutano proprio in quel momento simulando un click che in realtà perderemo. ne abbiamo di altre.
Saliamo sul sagrato per uno sguardo d'insieme. Sulla destra un perimetro di candele incornicia la preghiera di ragazzo assorto nello spazio multiconfessionale.
Guardiamo giù e notiamo subito quello che non c'è: niente niente schieramenti, niente caschi, manganelli, lacrimogeni, fumo o esplosioni. Sembra il campeggio di un festival estivo. Solo molto più ordinato e silenzioso. Il lato sud del piazzale antistante la cattedrale, quello che confina con Ludgate Hill e Cannon Street è completamente libero. Ogni giorno due milioni di passeggeri transitano nella Zona 1 di Londra, qua siamo in piena City ed i ragazzi sembrano conoscere i confini oltre i quali non è più possibile raccogliere la solidarietà dei passanti. Lo stesso vale per i "Controllori". i blindati sono lontani centinaia di metri. nessuno li vede, nessuno li teme. sonnecchaino come le divise che custodiscono. è l'una di notte e molti sono ancora svegli. Una televisione intervista una ragazza ai piedi della scalinata. è spigliata e preparata. Così come il giornalista che ascolta concentrato. Scattiamo qualche altra foto poi anche queste batterie deisistono.
Ci guardiamo pieni di sospensione. Viene in mente l'italia e gli scontri del giorno prima. La devastazione e l'odio dei media. Pensiamo ai nostri vent'anni ed alla voglia di regalarci un'ultima notte senza tempo. Ma abbiamo aerei e lavori da rispettare il giorno dopo. Un ultimo saluto alla sovrana della Gran Bretagna unita e recuperiamo la strada del ritorno.
Qualcuno a terra ha disegnato un pollice alzato "David Cameron likes this".
anche noi.

lunedì 12 settembre 2011

De buk is [still] on de teibol - Day DIX

La scorsa settimana Claudia ha deciso di rispondere alla mail che le avevo inviato qualche giorno prima. Era più di un anno che aveva scelto di interrompere ogni contatto e poco meno che avevo rinunciato a mandarle messaggi per cercare di mantenere viva una qualche forma di rapporto. Ritrovarla nella casella della posta mi ha fatto molto piacere soprattutto per la delicatezza con cui ha raccontato della sua vita. Sta trovando un suo equilibrio e sono felice perché se lo merita davvero.
Ovviamente ha chiesto della mia, del mio lavoro ed anche lei non ha resistito ad avere aggiornamenti sull'evoluzione del mio inglese.

È normale. Chi mi incontra, soprattutto chi conosce i miei travagli con questa lingua, vuole conoscerne i miei progressi, soprattutto dopo tanto tempo. In particolar modo la mia famiglia.
Così quando giovedì tornerò in Italia, come sempre troverò mia madre ad aspettarmi carica di fantasiose apprensioni sulla vita smodata della metropoli, ansiosa di lanciare allarmi disperati sul mio stato fisico che a suo dire sarà al limite della denutrizione e, soprattutto, vogliosa di sapere che finalmente il suo figlio qualcosa di buono la sta combinando lassù, almeno quella: imparare l'inglese.

Invece no. l'inglese non lo sto imparando. Mi sento sempre allo stesso punto; con gli stessi blocchi e la stessa difficoltà a capire televisione, commessi e vecchiette alle fermate del bus.
La colpa è mia. Della mia pigrizia, dei miei vizi, della mia timidezza e della stanchezza nei confronti di un certo rigore con cui dovrei affrontare le giornate.

Quando arrivai qua a Gennaio dell'anno scorso ero carico e motivato. Studiavo con mio coinquilino e ripetevamo la grammatica ogni giorno. Eravamo arrivati anche a parlare inglese tra di noi non avendo alternative anglofone nel flat. Per una serie di eventi tragicomici, terminata con la telefonata del manager mentre ero al gate per l'imbarco, non ero riuscito a prendere un lavoro da Pizza Hut e così ero stato costretto a rientrare in attesa di tempi migliori.

Poi qualcosa si è rotto durante quel breve intermezzo italiano e quando sono atterrato di nuovo oltremanica la voglia di integrarmi era stata sostituita da quella di ritrovare un equilibrio, qualunque esso fosse, relegando in secondo piano tutte le altre priorità.
Così mi sono preso il primo lavoro buono e per 6 mesi ho passato 60 ore a settimana in un ristorante italiano, dove trascorrevo le giornate a vegetare in attesa dei 20 clienti settimanali ed a scherzare con il mio chef di Brescia.

Anche le amicizie le ho trovate tra quelli che potevo capire facilmente e con cui lavorare per la ricerca della stabilità che avevo perso a casa.
Di conseguenza anche le ragazze. Non avevo voglia di mettermi in gioco, di rischiare figuracce, di sembrare stupido.
Cercavo conferme e sicurezza e per questo mi sono buttato su tutto che che di italiano incontravo.

Verso la fine dell'anno scorso, stanco di perdere tempo nel basement di Biagio@Bankside, mi sono licenziato pronto a buttarmi in un altro lavoro che mi desse più soldi, più regolarità e qualche chance in più di parlare in inglese. La prima prova da Spaghetti House era andata bene, ma il tempo passato in un ristorante non certo da Guida Michelin, ma almeno di media categoria, aveva generato in me una repulsione verso certe cattive abitudini delle cucine turistiche: spazi angusti e menù economici.
Non ce la facevo a servire cibo in quel modo e così abbandonai la strada del cuoco per guadagnare altrove il Minimun Wage necessario a sopravvivere. Ben presto però mi resi conto che le mie speranze di sconfiggere con l'esperienza
maturata, i pregiudizi nei confronti di piercing e barba, che stranamente in questo paese, almeno nell'hospitality sono piuttosto forti, erano vane. Se vuoi maneggiare food and beverage, che tu sia cameriere, barista o pizzaiolo, scordati i peli in faccia ed il metallo sul viso.
Per altri tipi di posti [pub, negozi] non mi sentivo linguisticamente pronto e qualche curriculum inviato per posizioni più vicine alla mia formazione [grafico e dintorni] non avevano ricevuto risposta [qua dopo un anno che sei fuori da un settore iniziano a considerarti scaduto].

Quindi mi buttai alla ricerca di qualsiasi lavoro ed incappai nel Marketing Research Interviewer. Interviste in italiano dalle 08:00 alle 16:00 ad utenze private o professionali per sondare la soddisfazione relativa a servizi e/o prodotti o raccogliere opinioni sui medesimi. Paga di 8 pounds all'ora, contro una media nazionale di 5,93. Ferie quando vuoi. Lavori anche in mutande e nessuno stress della lingua.
Anche volendo non avrei potuto rifiutare visto che il conto in banca stava sperimentando tutti i limiti dello zero assoluto.

E così furono altri 6 mesi di call center, durante i quali raccolsi un po' di soldi senza alcuno sforzo e rafforzai la rete di relazioni sociali che ancora mi sostiene.


Lentamente però presi coscienza dei limiti di questa vita e di quelli della mia autostima che mi impediva di azzardare conversazioni con chi non fosse italiano da almeno 3 generazioni.
Per questo cominciai noleggiare film in inglese ed a frequentare un corso di lingua organizzato del council.
Ma è durato poco e la pigrizia endemica sommata alla voglia di non passare il tempo libero ad impazzire coi sottotitoli hanno prevalsero sul bisogno di migliorare la lingua. Visto che comunque la mia socialità rimaneva più che dignitosa. E tornai nel mio mondo.

Comincio a pensare che forse sono troppo vecchio per ricominciare da capo. Non ho voglia di studiare, di sembrare scemo mentre cerco una parola che non ricordo, di chiedere ogni volta “sorry?”.
Ero contento di come sono nella mia lingua. Ci ho messo tanto per imparare ad usarla ed ora non ce la faccio a mettere via tutto e ripartire da zero.
Sicuramente sono troppo distratto per riuscirci in maniera mnemonica. 3 anni di scuole medie, 6 di liceo [ho ripetuto il terzo!], due esami universitari passati con 26 ed un mese di corso intensivo a Dublino inducono a pensare che non sia quella la strada. Dovrei essere costretto a starci in mezzo a non avere alternative perché se mi lasci uno spiraglio io mi ci infilo e scappo via.

A peggiorare la situazione a marzo è arrivato il taglio delle ore al lavoro che mi ha costretto a trovare un part time. Risposi ad un annuncio per Kitchen Helper in un pub, sperando così di iniziare a lavorare con qualche inglese, invece quando dopo un'ora mi chiamarono per l'intervista dall'altra parte, manco a dirlo, c'era un ligure da vent'anni a londra. Per cui mi ritrovai, come già scritto, al centro della city, nella cucina italiana, di un pub italiano.
Che è un po' la metafora del mio essere enclave ostinatamente muta in territorio nemico.

Quindi continuo a vivere nella mia bolla di rumore diffuso, frustrato dal sentirmi per tutto il resto completamente a mio agio. Mi piace la città che offre mille alternative, che chiede scusa e lascia la precedenza, che sorride dietro ad ogni sportello e si veste in modo bizzarro. Mi piacciono i fagioli con i funghi a colazione, le vecchiette nei pub ed i charity shop. Ora che ho anche cambiato accomodation ho una stanza enorme in una casa normale che un amico ha voluto condividere con me.
E non me ne frega niente se gli inglesi sono formali ed asociali e le previsioni del tempo le aggiornano ogni ora.


Vorrei solo poterli capire.

Vorrei godere di questo posto fino a saziarmene come ho fatto a suo tempo con Roma, prima di farne indigestione.
Non dico che vivrò qui per sempre ma avrei voglia di prenderne finché posso: I musical che durano da 15 anni, i film che escono senza dover aspettare il doppiaggio, i concerti di tutti i musicisti in vita, i festival e quello che neanche ci si immagina.

Ma per questo dovrei rassegnarmi ad un passo indietro. Abbandonare la settimana lunerdì-venerdì 11:00-19:00 che ora mi permette di avere un ritmo normale e godere dei weekend, probabilmente ritornare in qualche ristorante e decidermi a tirar via i piercing almeno durante il lavoro.
La barba no, quella non sono disposto a barattarla.


L'unica consolazione è che mia madre non legge mai questo blog e non sa niente di inglese, così almeno con lei posso fingere di essere davvero fluently.


a.